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Il ’68 pulito di Ester Coen a La Galleria Nazionale di Roma

Fino al 14 gennaio la mostra curata da Ester Coen "è solo un inizio. 1968" riempie la prima sala, le gallerie adiacenti e parte del porticato interno de La Galleria Nazionale a Roma

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Fino al 14 gennaio la mostra curata da Ester Coen è solo un inizio. 1968 riempie la prima sala, le gallerie adiacenti e parte del porticato interno de La Galleria Nazionale a Roma. Cinquanta anni fa, a pochi metri di distanza dalla scalinata del museo, c’erano stati gli scontri violenti tra studenti e polizia di Valle Giulia. Pasolini ne mise in luce le contraddizioni quando spogliò quegli studenti «figli di papà» dei vestiti rossi della “rivoluzione” e si schierò dalla parte dei poliziotti «proletari», facendo alzare il sopracciglio a quella comunità di intellettuali ai quali fino a quel punto, forse, quel vestito rosso sembrava andare bene. Si erano guardati allo specchio e l’avevano comprato senza pensarci (e guardarsi) troppo.

 

Tra la fotografia di Arbus e Cerati, le sculture di Anselmo e Merz, la video arte e la pittura di Schifano e il concettualismo di Paolini, il dialogo tra le opere è spesso molto efficace. Festa Cinese (1968) di Schifano e Ritratto di Mao (1968) di Angeli riescono ad abbracciare l’intera sala, mentre Palla di gomma (caduta da due metri) di De Dominicis e L’Italia Rovesciata di Fabro si guardano a vicenda. Tuttavia, a causa dell’allestimento white-cube e della penalizzazione di importanti pratiche artistiche (come la pittura e la performance), la mostra non propone un’esperienza immersiva di quell’anno che intende raccontare. Espone invece frammenti isolati che a volte rischiano di non parlarsi: l’opera di Joseph Kosuth Clear, Square, Glass, Leaning (1965), sul muro a sinistra della sala centrale, sembra quasi un’intrusa, un’ospite che stride con tutta la produzione dei poveristi italiani che la circondano e che raccontano una storia diversa da quella americana (come la stessa Coen riconosce nel catalogo).

 

Da una parte la curatrice ha voluto evidenziare «un inizio di rottura», «una realtà frammentata, discontinua», scegliendo di ignorare volutamente derive e contraddizioni del ’68 (nel catalogo si ha quasi paura di parlare degli Anni di Piombo, anche da parte di coloro che quegli anni li vissero tra la violenza come Toni Negri, Franco Piperno e Giuliano Ferrara). Dall’altra ha creato un’esposizione in cui le questioni politiche e sociali attorno alle quali quell’ “inizio” aveva ruotato non vengono messe a fuoco: diritti civili e salariali, lavoro, parità di genere, antipolitica, anticapitalismo, libertà sessuale, differenze di classe. Grande assente della mostra è il movimento femminista che, secondo Ida Dominijanni (presente in catalogo) fu il solo movimento che seppe discutere più intimamente fragilità e dipendenze delle soggettività sessantottine. Touch Cinema (1968) di Valie Export, incluso in un montaggio di più opere performative e proiettato in un televisore posto a terra nella sala precedente all’entrata, non ne è che una citazione.

 

I lavori in mostra, provenienti sia da collezioni private sia da quella della Galleria, si scaraventano sul pubblico rischiando di non creare un vero luogo di riflessione e di produzione di senso critico. Ma è questo ciò che uno spazio museale dovrebbe essere, soprattutto durante tempi schizofrenici, in cui, tra rinascite di destre e populismi, equilibri geopolitici incerti e logiche di mercato sempre più questionabili, si rischia di nuovo di toccare con mano una profonda perdita di punti di riferimento umani.

 

Una mostra silenziosa, pulita, dunque. Non si sente il rumore degli 800mila scioperanti per le strade di Parigi che nel maggio di quell’anno gridavano proprio «Ce n’est qu’un début», né il fracasso delle occupazioni delle università italiane. Non si coglie quel senso di violazione dell’oggetto artistico, riflesso di un’identità umana delusa dai governi, dai partiti e da una società ancora cieca davanti a molti diritti, e che rischiava di staccarsi da realtà meno borghesi per entrare nei salotti degli intellettuali.

 

E così l’opera Sit-in (1968) di Mario Merz, la prima sulla destra nella sala centrale, con la sua debole luce al neon e i suoi frammenti di cera raffreddata, riesce forse a essere la chiave di lettura di un ’68 potente e impotente, sognatore e deluso, represso e isterico, di cui la mostra ha saputo in parte raccontarne il gesto ma non incarnarne il fervore. 

 

È solo un inizio. 1968 La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, installation view. Photo by Artribune.

 

È solo un inizio. 1968 La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, installation view. Photo by Artribune.

 

Mario Merz, Sit-in, 1968. Courtesy Fondazione Merz, Torino. Foto CulturaMente.it

After earning a BA in Art History (with concentration on modern and contemporary art) she realized her deep interest in museum studies while attending the MA in Visual Arts and Curatorial studies in Milan. Her research is focused on the cultural dynamics of museums and public collections and on their capacity of creating critical spirit within different audiences.

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