Search
Home / Art  / Cinema, rituale e Laure Prouvost

Cinema, rituale e Laure Prouvost

    Fino al 9 aprile 2017, gli spazi dell’HangarBicocca (Milano) ospiteranno la mostra personale del Turner Prize 2013 Laure Prouvost. GDM – Grand Dad’s Visitor Center, a cura da Roberta Tenconi, è un eccentrico museo dedicato al nonno dell’artista e reso

2 minuti

 

 

Fino al 9 aprile 2017, gli spazi dell’HangarBicocca (Milano) ospiteranno la mostra personale del Turner Prize 2013 Laure Prouvost. GDM – Grand Dad’s Visitor Center, a cura da Roberta Tenconi, è un eccentrico museo dedicato al nonno dell’artista e reso opera d’arte totale dalle numerose installazioni e dalle tecniche espositive stesse/scelte.

Walter Benjamin sosteneva che il valore unico (l’aura) dell’opera d’arte, in passato, trovava significato nell’ambito del rituale . Il cinema può essere interpretato, in questo senso, come un rituale, cioè un’esperienza collettiva che interviene nel quotidiano, dal privato al pubblico, e che presenta convenzioni precise che “filtrano” la visione dell’opera cinematografica (la seduta, il rapporto spaziale tra lo schermo e lo spettatore, la grandezza dello schermo, i tempi scanditi, etc.).

 

Considerando il cinema come spazio fisico di fruizione dell’opera, esperienza sensoriale e mimetica (quindi non ciò che il cinema è ma ciò che il cinema fa), Prouvost ne mette in discussione, e allo stesso tempo ne cita, alcuni cardini fondamentali.

 

Wantee, 2016. Courtesy of Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano.

Wantee, 2016. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano.

 

Cinema 4D

In GDM Prouvost dilata lo schermo estremizzando la fisicità dello spazio-cinema che diventa luogo di produzione di oggetti. Ciò che appare nei filmati si materializza accanto al pubblico sotto forma di installazioni e manufatti, come se i video, proiettati su monitor o su grandi schermi, esplodessero nel luogo stesso di fruizione. Da una scala (Going Higher) ad un salone di bellezza, da sedute “artigianali” (quella di Monolog che sembra uscire direttamente dal suo studio) ad una stanza buia, le installazioni in cui l’ambiente interviene di più come estensione dello schermo sono senz’altro Wantee, una sala da thè dove l’esperienza-cinema si fonde con la quotidianità (per quanto bizzarra e scomoda essa sia) e Karaoke, dove il visitatore è addirittura invitato a cantare su un piccolo palco.

I tempi di proiezione

Secondo elemento che Prouvost sottrae alla tradizionale semiotica del cinema sono i tempi di proiezione: assolutamente irrilevanti. L’unica opera in cui c’è una sorta di scansione del tempo è Magic Electronics, in cui inizio e fine sono segnati – in modo fittizio –  dall’accendersi e lo spegnersi delle luci: quando si spengono si attiva il sonoro ed inizia un gioco di luci colorate; quando si riaccendono restiamo nello spazio nudo, vuoto. Allo stesso tempo questa installazione manca proprio dell’oggetto filmico principale: le immagini in movimento. In questo modo, Prouvost sembra costruire un’ironica allegoria del rituale-cinema come intrattenimento, in cui l’autore indirizza lo sguardo dello spettatore senza però proporgli una vera immagine.

 

Grandma’s Dream, 2013. Courtesy of dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano.

Grandma’s Dream, 2013. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano.

 

L’intervento penetrante dell’ambientazione

In GDM la modalità stessa di fruizione dell’opera interviene direttamente sulla dimensione fisiologica del visitatore, che è costretto a confrontarsi con il proprio corpo. Prouvost infatti smonta l’immaginario del cinema come neutrale contenitore di immagini, impedendo una visione comoda (quindi passiva?) dell’opera filmica. Le sedute inusuali/non-funzionali (Monolog, Grandma’s Dream) e l’interferenza audiovisiva delle altre opere ribaltano la classica staticità dello spazio-cinema. In Going Higher il video viene addirittura installato in cima ad una scala, mentre in We Know we are just pixels non ci sono sedute e gli schermi (in cui le parole proiettate sembrano rivolgersi al visitatore) diventano qualcosa con cui il corpo interagisce.

E il pubblico?

Ed è proprio questo, forse, uno degli aspetti più interessanti della mostra: utilizzando le tecniche di allestimento che abbiamo visto (creando quindi un’opera d’arte totale) Prouvost considera il visitatore un essere biologico, fatto di carne e ossa, che può provare imbarazzo, fastidio o anche dolore mentre fruisce di un’opera. Non è quindi solo un occhio che vede e una mente che interpreta, come lo vorrebbe il classico white cube.

Se consideriamo la mostra un’opera d’arte totale, il rituale dell’esperienza cinematografica diventa una presenza organica che sembra respirare ed esistere anche senza pubblico. Se invece consideriamo il momento in cui le opere video vengono recepite dal singolo, cioè, in termini più astratti, considerando il pubblico come insieme eterogeneo di individualità, allora questo sembra esistere. In questo senso, è unicamente lo spazio-cinema ad attivare fisicamente il pubblico, poiché evoca un impianto ritualistico ma ne scardina ed estremizza ironicamente i principi basilari.

 

 

Karaoke, 2014. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano.

Karaoke, 2014. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano.

 

In collaborazione con Lisa Barbieri e Veronica Franzoni

After a B.A. in Art History, I am currently studying Visual Arts and Curatorial Studies at NABA, Milan. I have matured a strong interest in the research and the curatorship and in the anthropological and psychological nature of the visual arts.

Review overview
NO COMMENTS

POST A COMMENT